I misteri della Certosa di San Martino a Napoli

Un centinaio di sale, due chiese, un cortile, quattro cappelle, tre chiostri, giardini pensili, degli incredibili sotterranei gotici: questo e molto altro ancora è la Certosa di San Martino, arroccata sulla collina del Vomero e, dal 2010, Monumento Nazionale.

Si tratta di uno dei maggiori complessi monumentali religiosi della città, visibile anche da moltissimi altri quartieri grazie alla particolare ubicazione, dal quale si può godere di uno dei panorami più belli in assoluto dell’intera metropoli.

Insomma, è chiaro che valga sicuramente almeno una visita, anche perché, dal 1866, è anche sede del Museo Nazionale di San Martino, che racconta la storia artistica e culturale di Napoli.

Un po’ di storia

Riassumere in poche righe l’intera storia della Certosa di San Martino sarebbe praticamente impossibile; possiamo, però, cercare di andare per tappe, menzionando gli eventi salienti.

Tutto cominciò nel 1325 quando Carlo d’Angiò duca di Calabria, primogenito di Roberto d’Angiò, fece erigere un monastero dell’ordine dei certosini: di questa prima soluzione architettonica, però, ai giorni nostri è pervenuto ben poco.

A lavorare alla costruzione furono Tino di Camaino e Francesco di Vivo, gli stessi architetti impegnati anche nel vicino Castel Sant’Elmo, che vennero, poi, succeduti da Attanasio Primario e Giovanni de Bozza. La Certosa vide l’inaugurazione nel 1368, durante il regno della regina Giovanna D’Angiò.

Alla fine del XVI secolo l’edificio subì maestosi ampliamenti e venne, soltanto in quel momento, dedicato a Martino di Tours, vescovo del IV secolo, probabilmente per la presenza di un’antica cappella preesistente che era dedicata proprio a lui. Molti furono i busti, i dipinti, le opere di pregio ed i marmi che si aggiunsero, nel tempo, al complesso religioso, dal 1337 posseduto dai certosini che furono costretti a lasciarlo soltanto molti secoli dopo, nel 1799, cacciati per giacobinismo; vi ritornarono altre due volte, e altrettante vennero espulsi, fino ad arrivare al 1866 quando il provvedimento si rese definitivo e la Certosa divenne proprietà dello Stato.

Da allora anche il percorso museale ha subito, col passare dei decenni, parecchie modifiche: l’ultimo allestimento è datato 2000 e comprende diverse sezioni tematiche.

Curiosità

Tra i suoi 28mila metri quadri di estensione (di cui circa la metà rappresentano la parte coperta del complesso) si snodano chiostri, cappelle, un cimitero, una farmacia e moltissimo altro ancora.

Nel chiostro grande, in particolare, molti restano affascinati e colpiti dalla presenza di decorazioni con teschi ed ossa, anche se sono i sotterranei gotici, riaperti al pubblico nel 2015 su prenotazione, ad incuriosire turisti e napoletani: si tratta di suggestivi ambienti appartenenti alle fondamenta trecentesche della Certosa, e quindi tra i più antichi a noi pervenuti dell’intera struttura, realizzati attraverso una successione di pilastri e volte ogivali a sostegno dell’intero complesso; un’opera davvero avanguardistica per quei tempi. All’interno, disseminati tra slarghi e corridoi che formano i sotterranei, sono esposte le opere in marmo della Sezione di sculture ed epigrafi, una raccolta che si è formata negli anni grazie ad acquisti, lasciti, donazioni, cessioni e depositi risalenti al periodo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Un patrimonio davvero inestimabile.

Infine, proprio nel Gennaio 2019, dopo oltre un secolo è stato restaurato l’antico orologio solare che per centinaia di anni aveva scandito le ore dei monaci (solo quelle diurne) durante la loro vita all’interno delle meraviglie di quel perimetro.

        

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