Vico Paparelle a Napoli e la storia dei nobili benefattori

Tutte le città del mondo hanno la loro storia, i loro miti e loro tradizioni ma Napoli, l’antica capitale partenopea che un tempo ospitava boschi magici e che deve il suo nome ad una sirena, di quei miti ne è permeata.
Ogni buon napoletano conosce la storia della sua città, e almeno una volta nella vita, ha sentito narrare di quelle leggende che ancora oggi esercitano un forte magnetismo sui milioni di turisti che ogni anno si aggirano per le strade, e i caratteristici “vichi e vicarielli”, fiore all’occhiello di una città, che li ha fatti testimoni e ambasciatori dell’unicità di Napoli.

Ogni vico al suo ondonimo e ogni ondomino narra una storia o testimonia un glorioso passato, come nel caso delle “vie” battezzate in onore delle tanti arti e mestieri scomparse da tempo, o di quello della  piccola stradina che s’incrocia con la ben più nota San Biagio dei librai  arrivando poi fino alla chiesa di Santa Maria della Stella, vico Paparelle al Pendino.

Vico Paparelle a Napoli: le origini di questo buffo nome

Rispetto al nome di altre strade che percorrono la città quello del vico Paparelle può essere definito “nuovo”. Nato infatti nel medioevo come vicus Danielis, diventato poi vico Sant’Efulo, trasformatosi in vico de’ Cicinis, prima di arrivare al suo attuale nome, fu battezzato vico dei Grammatici, in onore di alcune famiglie nobili ivi trasferitosi e, fu proprio una di queste, durante il sedicesimo secolo, ad ispirare il nome che vanta ancora oggi.
La famiglia in questione è la famiglia Paparo, di cui alcuni esponenti, usavano destinare parte del patrimonio famigliare per la beneficenza. Tra questi Luisa Paparo -figlia di Nando Paparo fondatore del Pio Monte della Misericordia- fondatrice di un oratorio destinato a sole donne di ceto basso, che presto vennero soprannominate dai napoletani “paparelle”.
Da qui il nome della strada, che negli anni ha attirato l’attenzione di artisti del calibro di Salvatore di Giacomo, che lo definì “O vic d”e suspire” e Ferdinando Russo che gli dedicò un’opera omonima

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